Tu mi vedi, io ti vedo… che gioco di sguardi.
Lo sanno bene gli innamorati che guardandosi si perdono l’uno nell’altro e quegli sguardi diventano un unico sguardo, il luogo d’incontro del loro intreccio profondo. Lo sanno le madri e i neonati che si cercano e si riconoscono, si scambiano giochi di smorfie, movimenti e scintille di espressioni che sono accenni di future abilità.
Lo sanno i mistici, gli asceti, i contemplativi, … i cercatori di quello sguardo dell’Altro che li spinge a percorrere le profondità e le altezze delle proprie esistenze e delle proprie esperienze. Lo sanno coloro che non possono vedere e cercano con altri sensi e altre intuizioni di scoprire, riconoscere, “vedere” coloro che si trovano accanto. Lo sa ciascuno di noi che essere visti, riconosciuti, vedere e riconoscere l’altro è un bisogno profondo che è alla radice del nostro stesso esistere.
“Sawubona”, “Io ti vedo” è il saluto in lingua isiZulu, la lingua bantu parlata dalla popolazione Zulu del Sud Africa. “Io ti vedo” è ciò che vorremmo sentirci dire ogni volta che incrociamo qualcuno a cui teniamo, con cui abbiamo un rapporto, da cui ci aspettiamo di “essere visti”.
“Ngikhona” è il saluto di risposta, “Io ci sono… io esisto… sono qui (perché tu mi vedi)”.
Essere visti è sentire di esistere.
Nella tradizione Zulu quel “Io ti vedo” va oltre l’aspetto personale, “Io ti vedo e con me ti vedono la mia gente e i miei antenati” è la filosofia che sottende al “Sawubona!”, lo spirito comunitario che muove la cultura africana ha questo vantaggio: pensare al plurale. Vedendoti ti porto nella mia storia e tu rispondendo al mio sguardo mi porti nella tua.
Nella nostra cultura europea questo saluto assume più un senso personale, individuale ma la sostanza non cambia: risponde ad un bisogno profondo di ciascun essere umano.

“La ragazza con l’orecchino di perla” Jan Vermeer
È inutile scomodare la quantità presente sul mercato di formazione e di consulenza su feedback, assesment 360, test e interviste su cosa e come ci vedono gli altri … per avere conferma che è proprio così: abbiamo bisogno di conoscerci e riconoscerci. L’altro da noi ha il potere di aiutarci a farlo, a cogliere quelle parti di noi, quelle qualità e talenti che neanche noi sappiamo di avere o che ci convinciamo di non avere.
“Sawubona” è una chiave che apre infinite porte e aiuta ad attivare canali inaspettati.
Un “Buongiorno” dato come un sasso lanciato contro una vetrina, mentre si entra in ufficio non è “Sawubona”. Una stretta di mano fugace, un “Tutto bene?” e via, mentre si passa velocemente ad altro non sono “Sawubona”. Chi ha ruoli di responsabilità in qualsiasi organizzazione è importante che abbia nel suo “radar di leadership” questo elemento fondamentale.
Le persone con cui collaboriamo hanno bisogno (nel senso profondo del termine “bisogno”) di essere “viste” e riconosciute nella loro umanità.
Essere chiamati per nome, una domanda “vera” che lascia il tempo e lo spazio a una risposta sincera su qualcosa che conosciamo della persona che incontriamo e che sappiamo importante per lei, non sono formalità, se genuini e con l’intenzione trasparente, sono canali di connessione e basi efficaci per relazioni autentiche.
Possiamo farne a meno, certo, ma sappiamo che se vogliamo creare quel flusso di energie positive che fa la differenza tra un ambiente potenzialmente tossico e uno che da spazio a flussi e scambi di competenze efficaci, funzionali al benessere e alla crescita personale e organizzativa allora siamo chiamati a sviluppare la “filosofia Sawubona”.
La Generazione Z porta con sé un grande desiderio di essere anzitutto “visti”. L’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani di questa generazione sta facendo emergere nuovi approcci e nuove istanze. Avere un atteggiamento e una mentalità “Sawubona” ha il vantaggio di mettere in moto meccanismi che alimentano due fattori essenziali per valorizzare l’incontro tra il nuovo che si affaccia e il consolidato che ha costruito l’oggi: accoglienza e rispetto, partendo dal riconoscimento reciproco della propria umanità.
C’è una saggezza intrinseca in ogni generazione e di questa il nostro futuro ha un forte bisogno.
La sfida è aprire canali di scambio di saggezze perché solo così le nostre aziende e organizzazioni potranno evolversi e affrontare complessità e incertezze.
Solo così le nostre società e comunità saranno capaci di accogliere a viso aperto le sfide del futuro.
“Sawubona!”
