Darsi il permesso di abitare il processo creativo
“Questo proprio non lo riesco a fare”. Nelle attività che propongo spesso mi capita di chiedere ai partecipanti di disegnare. Chiedo cose in apparenza semplici: fare un disegno che rappresenti il ruolo che ricoprono, che dica cos’è il team o l’organizzazione a cui appartengono, cosa significa per loro l’obiettivo che vogliono raggiungere.
La maggioranza delle persone fa una gran fatica a svolgere il compito assegnato: “sono un disastro”, “è da una vita che non lo faccio”, “mi sento ridicolo”, “non sono mai stata capace” … e così via. Se poi, come faccio di solito, metto a disposizione dei pennarelli o penne colorate allora la situazione per alcuni (pochi) tende a sbloccarsi per altri (i più) la scelta del colore diventa un ulteriore ostacolo.
È interessante osservare come tutto questo sia trasversale tra le generazioni con cui mi trovo a lavorare: dai “talenti” ventenni della GenZ ai professionisti navigati o ai “senior executive” a fine carriera.
In ogni caso, dopo un po’ di fatica, qualche resistenza e molte rassicurazioni: nessun giudizio, va tutto bene, è una via per osservare e osservarti, … finalmente qualcosa si muove e quel foglio bianco su cui hanno meditato a lungo accoglie le linee, le forme o le immagini che sono emerse e che rappresentano il risultato di un interessante processo interiore.
Questione di Processo Interiore
Perché è di processo interiore che stiamo parlando. L’ho capito con il tempo: la fatica di fare l’esercizio non è tanto legata alla difficoltà di disegnare qualcosa, alla vergogna, all’imbarazzo, al non essere allenati, ma viene da altrove, un altrove che ha a che fare con il processo interiore.
In effetti quando scelgo di fare questa attività il mio scopo è proprio quello di attivare, far mettere in connessione e attivare aree del cervello diverse e dare spazio alla manualità, superare la mera parte descrittiva e verbale, toccare le sfere del “sentire”, dell’immaginare e del comunicare.

Alcuni apprendimenti
Alla fine, il risultato è sempre una scoperta. Intanto i partecipanti scoprono che si può fare, che è una cosa “seria” (sic!), anzi normalmente la frase è: “sembra banale…eh!? … ma…”.
Questo è il primo apprendimento, questo esercizio non è banale, è semplice, e come tutte le cose semplici è frutto di profonde attività complesse che si coordinano per un risultato appunto semplice e potente, tutt’altro che banale.
Il secondo apprendimento è che non è solo questione di fantasia. La fantasia infatti apre mondi, supporta la produzione libera di immagini e scenari, viene attivata da specifiche aree celebrali che riguardano appunto la generazione di idee, immagini e associazioni, ma tutto questo ha solo parzialmente a che fare con il “sentire” e il generare qualcosa che metta insieme parti diverse, che concretizzi in qualcosa di “tangibile” (il disegno appunto) pensiero, immagini, memorie ed emozioni.
Per questo, terzo apprendimento, serve un processo che colleghi più aree celebrali, servono connessioni operative tra mente, corpo e profondità interiore, serve insomma creatività: questo esercizio così semplice, per essere realizzato e portato a compimento, ha bisogno che si attivi il processo creativo.
Con questa attività semplice e alla portata di tutti, chiedo semplicemente alle persone di darsi il permesso di essere creative. Il risultato concreto (il disegno) è ovviamente relativo, tutto dipende dall’allenamento, dal talento e dalla abilità manuale di chi ha fatto il disegno, ma è il risultato di “senso”, di scopo che è potente e immediato.
Cambia l’energia e cambia la modalità di approcciare al percorso e all’obiettivo desiderato, cambia il livello di comunicazione, in generale cambia la “postura” della presenza e della partecipazione.
Ma la cosa sorprendente e potente è che nella semplice descrizione e nel racconto del loro disegno i partecipanti più o meno consapevolmente portano a sé stessi e agli altri i punti cruciali, le key words significative che saranno gli elementi (sia critici che potenzianti) fondamentali su cui lavorare e su cui fare leva per attivare le migliori risorse per conseguire l’obiettivo desiderato.
Creatività come scelta consapevole
La creatività è un acceleratore, un volano che potenzia le persone e i team nel mettere a terra le migliori competenze, trovare le soluzioni più adeguate e ottenere risultati oltre le aspettative. Dare spazio al processo creativo significa darci la possibilità di mettere in azione le nostre potenzialità, i neuroscienziati infatti ci dicono che la creatività non risiede in una singola area del cervello, ma nella capacità di far dialogare reti diverse in modo flessibile, una relazione dinamica tra reti neurali.
Rex E. Jung e Oshin Vartanian nel loro The Cambridge Handbook of the Neuroscience of Creativity, ci dicono che la creatività è la capacità di produrre un oggetto, idea, brano… che sia al contempo originale e adeguato al contesto. I due descrivono la creatività come la capacità di muoversi intenzionalmente tra “generazione libera” di idee e “valutazione disciplinata”, che porta a trasformare “possibilità in soluzioni”. Secondo i due ricercatori le persone creative non hanno meno controllo cognitivo, hanno semplicemente un controllo più flessibile, che sanno accendere e spegnere; quindi, sono persone che hanno accesso facile al pensiero laterale e sono capaci di pensiero critico che le aiuta ad essere “osservatori profondi” di sé stessi e del contesto.
Questo smonta l’idea del creativo come persona disorganizzata, meramente istintiva e che ama sguazzare nel suo mondo caotico, dal punto di vista neuroscientifico questo stereotipo del creativo è falso. In un’intervista, alla domanda “Secondo lei che cos’è la cosa più importante per la creatività?” ho sentito il famoso architetto Renzo Piano rispondere “Le regole”, a questo punto direi che è una risposta da creativo vero.
Winston Churchill amava dipingere tanto da dedicare un libro a questa sua passione: Painting as a Pastime, dipingere come passatempo ma soprattutto come modo per riconnettersi, per rallentare la potenza della mente e lasciare emergere le altre competenze e potenzialità. Una via per ricavarsi uno spazio e trovare risposte “adeguate” agli interrogativi e alle sfide della vita e gustarne le bellezze: “Light and colour, peace and hope, will keep painter company to the end of the day…” luce e il colore, pace e speranza terranno compagnia al pittore fino alla fine del giorno.
Dare spazio, allenare la creatività significa permettere alle persone di aumentare la loro capacità di conoscersi, di esserci, di partecipare consapevolmente e in modo pieno a ciò che stanno realizzando sia come singoli che come team. Non si tratta di “essere creativi” nel senso comune del termine, né di produrre qualcosa di esteticamente valido. Si tratta di creare le condizioni perché parti diverse possano dialogare, perché il controllo lasci spazio alla flessibilità, perché emerga senso prima ancora che soluzione.
Forse, allora, la vera questione non è se siamo creativi oppure no.
La domanda diventa un’altra: che tipo di spazio ci concediamo — o ci neghiamo — per “creare” quando affrontiamo una sfida, un obiettivo, una decisione importante?
